giovedì 8 dicembre 2016

Leonard Cohen: Dance me to the end of love e So long Marianne


youTube Leonard Cohen Dance Me To The End Of Love  Gloria Franchi

DANCE ME TO THE END OF LOVE
Dance me to your beauty with a burning violin
Dance me through the panic ’til I’m gathered safely in
Lift me like an olive branch and be my homeward dove
Dance me to the end of love
Dance me to the end of loveOh let me see your beauty when the witnesses are gone
Let me feel you moving like they do in Babylon
Show me slowly what I only know the limits of
Dance me to the end of love
Dance me to the end of love
Dance me to the wedding now, dance me on and on
Dance me very tenderly and dance me very long
We’re both of us beneath our love, we’re both of us above
Dance me to the end of love
Dance me to the end of love
Dance me to the children who are asking to be born
Dance me through the curtains that our kisses have outworn
Raise a tent of shelter now, though every thread is torn
Dance me to the end of love
Dance me to your beauty with a burning violin
Dance me through the panic till I’m gathered safely in
Touch me with your naked hand or touch me with your glove
Dance me to the end of love
Dance me to the end of love
Dance me to the end of love

CONDUCIMI FIN DOVE FINISCE L’AMORE
Conducimi alla tua bellezza con un violino infuocato
Conducimi oltre il panico finché non sarò al sicuro
Sollevami come un ramoscello d’ulivo e sii la colomba che mi riporta a casa
Conducimi fin dove finisce l’amore
Conducimi fin dove finisce l’amore

Oh fammi vedere la tua bellezza quando i testimoni se ne saranno andati
Fammi sentire che ti muovi come fanno a Babilonia
Fammi vedere lentamente quel che oso appena immaginare
Conducimi fin dove finisce l’amore
Conducimi fin dove finisce l’amore
Conducimi ora alle nozze, conducimi ora e poi ancora
Conducimi molto dolcemente e conducimi molto a lungo
Siamo entrambi al di sotto del nostro amore, entrambi al di sopra
Conducimi fin dove finisce l’amore
Conducimi fin dove finisce l’amore
Conducimi ai figli che chiedono di nascere
Conducimi oltre il drappo che i nostri baci hanno consunto
Ora innalza una tenda che ci protegga, anche se ogni filo è spezzato
Conducimi fin dove finisce l’amore
Conducimi alla tua bellezza con un violino infuocato
Conducimi oltre il panico finché non sarò al sicuro
Toccami con le nude mani oppure toccami con i guanti
Conducimi fin dove finisce l’amore
Conducimi fin dove finisce l’amore
Conducimi fin dove finisce l’amore

youTube Leonard Cohen Dance Me To The End Of Love  Gloria Franchi


youTube Leonard Cohen So long, Marianne LeonardCohenVEVO

SO LONG, MARIANNE
Come over to the window my little darling,
I’d like to try to read your palm.
I used to think I was some kind of Gypsy boy
before I let you take me home.
Now so long, Marianne, it’s time that we began
to laugh and cry and cry and laugh about it all again.
Well you know that I love to live with you,
but you make me forget so very much.
I forget to pray for the angels
and then the angels forget to pray for us.
Now so long, Marianne, it’s time that we began
to laugh and cry and cry and laugh about it all again.
We met when we were almost young
deep in the green lilac park.
You held on to me like I was a crucifix,
as we went kneeling through the dark.
Oh so long, Marianne, it’s time that we began
to laugh and cry and cry and laugh about it all again.
Your letters they all say that you’re beside me now.
Then why do I feel alone?
I’m standing on a ledge and your fine spider web
is fastening my ankle to a stone.
Now so long, Marianne, it’s time that we began
to laugh and cry and cry and laugh about it all again.
For now I need your hidden love.
I’m cold as a new razor blade.
You left when I told you I was curious,
I never said that I was brave.
Oh so long, Marianne, it’s time that we began
to laugh and cry and cry and laugh about it all again.
Oh, you are really such a pretty one.
I see you’ve gone and changed your name again.
And just when I climbed this whole mountainside,
to wash my eyelids in the rain!
Oh so long, Marianne, it’s time that we began
to laugh and cry and cry and laugh about it all again.

youTube Leonard Cohen Dance Me To The End Of Love  Gloria Franchi


ADDIO, MARIANNE (1)
Vieni pure alla finestra mio piccolo tesoro,
Mi piacerebbe provare a leggerti il palmo.
Pensavo di essere una specie di zingarello
Prima di lasciare che tu mi portassi da te. (2)
E ora addio, Marianne, è ora che ricominciamo
A ridere e piangere e piangere e ridere di tutto quanto ancora (3)
Beh, lo sai che adoro vivere con te,
Ma mi fai dimenticare talmente tanto
Mi dimentico di pregare per gli angeli
E poi gli angeli dimenticano di pregare per noi. (4)
E ora addio, Marianne, è ora che ricominciamo
A ridere e piangere e piangere e ridere di tutto quanto ancora
Quando ci conoscemmo eravamo quasi giovani
Nel cuore del parco verde di lillà
Ti aggrappavi a me come fossi un crocefisso
Mentre andavamo carponi attraverso il buio. (5)
E ora addio, Marianne, è ora che ricominciamo
A ridere e piangere e piangere e ridere di tutto quanto ancora
Le tue lettere dicono sempre che mi sei accanto ora
Perché allora mi sento solo?
Sono in piedi su un cornicione e la tua fine tela di ragno
Assicura la mia caviglia a una pietra. (6)
E ora addio, Marianne, è ora che ricominciamo
A ridere e piangere e piangere e ridere di tutto quanto ancora
Per ora ho bisogno del tuo amore nascosto
Sono freddo come una lametta appena scartata,
Te ne sei andata quando ti ho detto che ero curioso
Non ho mai detto di essere coraggioso. (7)
E ora addio, Marianne, è ora che ricominciamo
A ridere e piangere e piangere e ridere di tutto quanto ancora
Oh, sei davvero così bella,
Vedo che te ne sei andata e hai cambiato nome di nuovo.
E proprio ora che ho scalato tutta la montagna
Per lavare le palpebre sotto la pioggia! (8)
E ora addio, Marianne, è ora che ricominciamo
A ridere e piangere e piangere e ridere di tutto quanto ancora.

youTube Leonard Cohen So long, Marianne LeonardCohenVEVO













Musica: Leonard Cohen, cantautore, poeta, scrittore e compositore canadese

Leonard Norman Cohen (Montréal21 settembre 1934[1] – Los Angeles7 novembre 2016[2][3][4]) è stato un cantautorepoetascrittore e compositore canadese.
Uno dei cantautori più celebri, influenti e apprezzati della storia della musica,[5][6] nelle sue opere esplora temi come la religione, l'isolamento e la sessualità, ripiegando spesso sull'individuo. Vincitore di numerosi premi e onorificenze, è stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame, nella Canadian Songwriters Hall of Fame e nella Canadian Music Hall of Fame. È inoltre stato insignito del titolo di Compagno dell'Ordine del Canada, la più alta onorificenza concessa dal Canada, e nel 2011 ricevette il Premio Principe delle Asturie per la letteratura.

Biografia

Leonard Cohen è nato a Montréal nel 1934 da una famiglia ebraica immigrata nel Canada. Suo padre, morto quando Leonard aveva 9 anni, era polacco, mentre sua madre era di origine lituana[3] ed era la figlia dello scrittore talmudico Solomon Klonitsky-Kline.[4][5] Cresciuto nel quartiere di Westmount (enclave anglofona della città), si iscrive all'università McGill di Montréal, dove si laurea in letteratura inglese nel 1955.[7] Il periodo universitario vede i suoi inizi nella poesia. La sua prima raccolta vede la luce nel 1956, con il titolo di Let Us Compare Mythologies.
Un primo album di reading esce nel 1957 con il titolo di Six Montreal Poets e contiene otto poesie recitate da Cohen. Nel 1961 viene pubblicata la raccolta di poesie The Spice-Box of Earth. La raccolta riceve critiche positive, con il critico Robert Weaver che lo definisce "probabilmente il migliore giovane poeta contemporaneo del Canada anglofono".[8] Si trasferisce quindi a Hydra, un'isoletta in Grecia famoso rifugio di artisti, da dove nei primi anni sessanta pubblica raccolte di poesie (tra cui Flowers for Hitler) e due romanzi: Il gioco favorito (The Favourite Game1963) e Belli e perdenti (Beautiful Losers1966). Nel primo di essi scrive sull'importanza data alla parola e nello stesso tempo sulla difficoltà di comprenderla:
« Vorrei dire tutto ciò che c'è da dire in una sola parola. Odio quanto possa succedere tra l'inizio e la fine di una frase »
Il primo disco da cantautore, Songs of Leonard Cohen del 1967, non ottenne un gran successo per via dei temi trattati: erano gli anni della spensieratezza hippy e un disco su suicidio e morte andava controcorrente. Per questo motivo molte recensioni dell'epoca stroncarono l'album, ritenendolo troppo triste e depresso. Il riscatto sarebbe venuto, anche se anni più tardi, e oggi il primo disco di Cohen viene ritenuto da molti il suo miglior lavoro.[9] Questo disco delinea il suo profilo di cantautore-poetaː tutti i brani sono pervasi da misticismo e grande malinconia. Agli inizi della sua carriera di cantautore, per via del carattere introverso, gli operatori dello studio di registrazione erano soliti arredare quest'ultimo affinché somigliasse alla sua stanza da letto, e in questo modo il poeta vinceva la paura e riusciva a cantare, sentendosi a casa propria[senza fonte].
Il secondo disco Songs from a Room esce nel 1969 e ne decreta il successo in hit parade: in Canada arriva decimo, mentre in Inghilterra al secondo posto. Questo album propone canzoni che sono divenute pietre miliari, come la bellissima Seems so long ago, Nancy o la celeberrima Bird on the Wire. Con il terzo disco Cohen entra nell'olimpo dei cantautoriː Songs of Love and Hate viene definito uno dei migliori dischi dell'anno[10]. Nel 1970 Cohen si esibisce in tour per la prima volta, con concerti negli Stati Uniti, Canada e in Europa, dove appare nel Festival dell'Isola di Wight.[11] Nel 1972 fa un secondo tour, in Europa e Israele.
Seguirà una raccolta di canzoni live, Live Songs, e nel 1974 il quarto disco in studio, New Skin for the Old Ceremony, con cui inizia la sua collaborazione con il pianista e arrangiatore John Lissauer[12]. Con il disco del 1977 Death of a Ladies' Man, arrangiato con la collaborazione di Phil SpectorCohen comincia a utilizzare un suono più pieno e meno acustico, prediligendo molti strumenti piuttosto che la sola chitarra classica[senza fonte]. Al disco parteciperanno altri musicisti, tra i quali compare anche Bob Dylan.
Segue Recent Songs nel 1979, dove l'artista ritorna a un sound folk più simile agli esordi, e nel 1984 Various Positions, un album folk rock dal sound sperimentale, poco gradito ai fan e alla critica, che lo bollarono come non pienamente riuscito[12], seppur contenente la sua hit più celebre, Halleluja, canzone manifesto del cantautore canadese e diventata una delle ballate più famose al mondo. Nel 1988 è la volta di I'm Your Man, disco nel quale Leonard abbandona la chitarra per passare alla tastiera. Nel 1992 esce The Future, che si aggiudica il doppio disco di platino in Canada e il disco d'argento nel Regno Unito.
Nel 1994 esce il secondo disco dal vivo, Cohen Live, e nel 1997 la seconda raccolta di successi More Best of Leonard Cohen. Negli anni novanta Cohen si trasferisce in un monastero buddhista sulle colline di Los Angeles, e nel 2001 rientra con il live registrato durante il tour del 1979 (Field Commander Cohen: Tour of 1979) e un nuovo disco di inediti, Ten New Songs.[9] Il 2002 è l'anno di uscita di The Essential Leonard Cohen, altra raccolta di successi dopo quella del 1989. In seguito ad altri due anni di attesa Cohen pubblica un disco di inediti da studio Dear Heather, scritto con la sua corista storica Sharon Robinson. Il disco ottenne ottimo successo di pubblico, ma altalenanti risultati per quanto concerne la critica[senza fonte]. Seguono ben tre album live, tra cui Live at the Isle of Wight che riprende il vecchio concerto del 1970 all'Isola di Wight e Live in London. Il 30 gennaio 2012 è stato pubblicato Old Ideas, che ha seguito Songs from the Road (dal vivo) del 2010. Il 22 settembre 2014 esce Popular Problems, tredicesimo album in studio contenente nove brani inediti.
Non basta l'età a cancellare i problemi di cui è fatta la trama della vita, sembra voler dire il neo-ottuagenario chansonnier canadese. Semmai, permette di affrontarli con una saggezza più disincantata nello sguardo.
Quasi a volersi giustificare per la passata assenza dalle scene, il beat insistente di "Slow" apre il disco con un elogio della lentezza ironicamente allusivo, mentre l'organo volteggia verso tonalità blues: "It's not because I'm old/ And it's not what dying does/ I've always liked it slow/ Slow is in my blood". È Cohen stesso, però, a dirsi sorpreso della velocità con cui il nuovo disco ha preso forma. L'accelerazione è dovuta soprattutto alla collaborazione con Patrick Leonard, produttore di Old Ideas e ora accreditato nientemeno che come coautore della quasi totalità dei brani. Da lui derivano, per ammissione diretta di Cohen, la maggior parte delle idee musicali del disco. Ed è proprio questo, in realtà, il punto debole del nuovo lavoro.
Le atmosfere di Popular Problems crescono in varietà, ma - soprattutto nella parte centrale del disco - non sempre riescono a replicare fino in fondo l'equilibrio del predecessore. È quando il contorno si fa più sobrio, allora, che i versi di Cohen riescono a risuonare con più profondità. A partire dal singolo scelto per anticipare l'uscita del disco, "Almost Like The Blues", con un tappeto di percussioni e una magmatica linea di basso ad accompagnare il tocco del pianoforte e i controcanti di Charlean Carmon.

"Essere un songwriter è come essere una suora: sei sposato con un mistero", riflette Cohen con un sorriso. Così, accanto alle contraddizioni dell'amore (il monologo allo specchio di "Did I Ever Love You") e della politica (la vibrante apostrofe post-Katrina di "Samson In New Orleans"), è il problema del destino a dominare ancora una volta le sue canzoni. Allo scetticismo dei sapienti, Cohen contrappone la semplicità dei peccatori: "There is no God in heaven and there is no hell below/ So says the great professor of all there is to know/ But I've had the invitation/ That a sinner can't refuse/ And it's almost like salvation, it's almost like the blues".
Così, le acque del Mar Rosso si aprono sulle note del gospel liturgico di "Born In Chains", invocando una liberazione dalla schiavitù capace di abbracciare "la misura di tutte le misure". E il canto di Davide torna a riecheggiare nell'epilogo di "You Got Me Singing", incurante delle infinite versioni di "Hallelujah", per affidarsi agli accenti folk del violino di Alexandru Bublitchi: "You got me singing even though it all looks grim/ You got me singing the Hallelujah hymn". Non conta la durezza dei tempi: nulla può mettere a tacere il cuore, quando sta di fronte al Signore della Canzone con il proprio canto sulle labbra.

Già in occasione dell’uscita di Popular Problems, Cohen confessa di avere una raccolta di nuove canzoni nel cassetto. Ci lavora intensamente per un anno insieme a Patrick Leonard, poi le sue condizioni di salute subiscono un improvviso peggioramento. “La situazione era buia, la sofferenza acuta, il progetto era abbandonato”, ricorda. Ed è allora che gli si fa vicino il figlio Adam.
Non avevano mai lavorato insieme: troppo ingombrante l’ombra di un padre del genere, per un figlio deciso a seguire le sue orme lungo il sentiero impervio del cantautorato. Ma stavolta le cose erano diverse. “Ha capito che il mio recupero, se non la mia stessa sopravvivenza, dipendevano dalla possibilità di rimettermi al lavoro”. Quando aveva 17 anni, Adam era rimasto per mesi in coma dopo un terribile incidente stradale. Il padre trascorreva le giornate accanto al suo letto, leggendogli versetti della Bibbia. La vita a volte gioca a invertire i ruoli: “Adam ha preso in mano il progetto, mi ha sistemato su una poltrona ortopedica per permettermi di cantare e ha portato a termine queste canzoni incompiute”.

Il disco, intitolato You Want It Darker, esce nell'ottobre del 2016 e a introdurlo sono le voci di un coro. Non il consueto controcanto femminile, ma il coro della congregazione Shaar Hashomayim, la più antica sinagoga aschenazita del Canada. La sinagoga della famiglia di Cohen. Ed ecco il groove pulsante del basso stendere il tappeto per quell’inconfondibile baritono. Il coro intona insieme a lui l’inizio del Kaddish: “Magnified and sanctified/ Be Thy Holy Name”. La preghiera della lode, la preghiera del lutto. Un inno funebre a sé stesso, o forse all’umanità. “I’m ready, my Lord”, mormora Cohen. Ma le sue parole non sono semplicemente un commiato. Riecheggiano l'antica risposta di Abramo: hinneni, eccomi. Lo sguardo del padre che affida completamente sé stesso.
Occorreva l’amore di un figlio, per restituire a Cohen il rigore del classico. E che You Want It Darker sia destinato a occupare il posto di un classico lo si capisce già dall’essenzialità della copertina, da quel gioco di contrasti in bianco e nero che chiama in causa direttamente il passato. Il capitolo finale di una trilogia che lascia da parte i residui orpelli di Popular Problems, per raggiungere una sobrietà ancora più misurata di quella di Old Ideas.
Dal pianoforte di “Treaty” si leva un fremere di archi che anticipa la ripresa orchestrale posta in chiusura del disco. “I wish there was a treaty/ Between your love and mine”, invoca Cohen. Non con la rassegnazione del compromesso, ma con la sofferta consapevolezza dell’irriducibilità dell’altro a qualsiasi conquista. La collaborazione con Patrick Leonard lascia in eredità i tratti musicali più elaborati, dall’organo che introduce il gospel in chiaroscuro di “If I Didn't Have Your Love” al lirismo gitano di “It Seemed The Better Way”, mentre l’unico episodio firmato insieme a Sharon Robinson, “On The Level”, contribuisce ad alleviare la trama dell’album con le sue tonalità soul.
È un disco fatto di congedi, You Want It Darker. È il testamento di un uomo pronto a fare un passo indietro rispetto al trasporto della passione (“I turned my back on the devil/ Turned my back on the angel too”, confessa in “On The Level”), un passo indietro rispetto alla battaglia quotidiana (“I do not care who takes this bloody hill”, proclama in “Treaty”). Un passo indietro per contemplare finalmente il disegno delle cose, non per rinunciare a possederle. Tra nostalgici riverberi twang e ricami di pedal steel, “Leaving The Table” lo riassume con la semplice forza di un’immagine (“I’m leaving the table/ I’m out of the game”), mentre Cohen si ritrova a osservare con distacco il gioco della commedia umana.
“I’m traveling light/ It’s au revoir”. Il viaggio è lungo, il bagaglio leggero. Il coro di “Traveling Light” risuona come il canto lontano delle donne di uno shtetl, come la memoria di una danza klezmer sulle corde del violino, una “Dance Me To The End Of Love” offerta in dono a Matt Elliott. Nella valigia resta solo l’indispensabile, mentre quel crooning grave come il tempo declama l’ultimo arrivederci.
Uno dopo l’altro, cadono tutti i fardelli inutili. Ombre di donna e rovine di centri commerciali, cicatrici di ferite e certezze consumate. Sulle partiture da camera di “Steer Your Way”, il vecchio chansonnier le attraversa come se fossero vestigia di un altro tempo, di un’altra vita. “Year by year/ Month by month/ Day by day/ Thought by thought”. A restare, più di tutto, è il bisogno di portare a compimento ciò che si è iniziato. Ed è proprio questa, in fondo, l’essenza di You Want It Darker.

L'11 novembre 2016 a gelare tutti arriva la notizia pubblicata dal suo agente sulla pagina Facebook ufficiale: "È con profonda tristezza che diamo notizia della morte del poeta, compositore e artista leggendario Leonard Cohen. Abbiamo perduto uno dei visionari più prolifici e rispettati del mondo della musica". Solo pochi mesi prima, Cohen aveva dovuto dire addio a Marianne Ihlen, la donna incontrata negli anni Sessanta sull'isola greca di Hydra e che gli aveva ispirato canzoni come "So Long, Marianne" e "Bird On A Wire": "Ti ho sempre amata per la tua bellezza e per la tua saggezza - furono le sue parole - ma non serve che io ti dica di più poiché lo sai già. Adesso voglio solo augurarti buon viaggio. Addio vecchia amica, amore infinito. Ci vediamo lungo la strada".
A David Remnick del “New Yorker”, in occasione dell'uscita di You Want It Darker, Cohen aveva confidato i versi su cui stava ancora lavorando. A occhi chiusi, in un sussurro. “Listen to the mind of God, wich doesn’t need to be”. La tradizione ebraica la chiama bat kol, la voce dal cielo: “Un’altra realtà che canta sempre al tuo orecchio dal profondo, anche se per la maggior parte del tempo non sei grado di decifrarla”. A volte, esserci non significa altro che ascoltare. E non c’è voce più grande di quella di chi ha imparato ad ascoltare. “Listen to the mind of God/ Don’t listen to.

Brani celebri

Alla musica, Cohen si avvicina grazie alla cantante e amica Judy Collins che per prima ne interpreta alcune canzoni e lo esorta a tentare la fortuna con la musica, spingendolo a suonare e cantare in pubblico[senza fonte]. La sua canzone Suzanne del 1966 ne decreta il successo universale. Altri brani celebri di Cohen sono: Famous Blue RaincoatThe PartisanSo Long Marianne[16]Chelsea Hotel #2Sisters of MercyHallelujah, resa ancor più famosa dalle molteplici cover, in particolare da quelle di Jeff BuckleyBob Dylan (eseguita in più concerti durante il 1994, ma mai pubblicata ufficialmente), Bon Jovi e John CaleWaiting for the MiracleTower of SongFirst We Take Manhattan (molto nota è la cover di Joe Cocker) e Bird on a Wire. Da segnalare anche il film I'm a Hotel (1985).
Famous Blue Raincoat è la lettera di un uomo al suo migliore amico, con cui sua moglie lo ha tradito tempo prima. Non vi è tuttavia odio o risentimento nelle parole dell'autore, bensì nostalgia, e addirittura gratitudine per aver tolto dagli occhi della donna quella tristezza che il marito credeva impossibile superare: "E se mai dovessi tornare indietro / per Jane o per me / sappi che il tuo nemico è addormentato / e la sua donna è libera". Sister of Mercy, in base alle note nel suo Greatest Hits, evoca l'incontro con due donne di nome Barbara e Lorena in una camera d'albergo a Edmonton, Canada. Chelsea Hotel # 2 tratta della sua breve relazione con Janis Joplin senza sentimentalismo, ma il brano rivela la presenza di un certo affetto. Cohen descrive la canzone in un'intervista filmata per il concerto-tributo a lui dedicato: egli conferma inoltre che il soggetto è effettivamente Janis con qualche evidente imbarazzo. "Lei non mente", egli dichiara, "ma mia madre sarebbe inorridita". Il suo Greatest Hits è stato eletto da una rivista inglese «l'album più deprimente di sempre», ma ha conquistato la rivista Rolling Stone che gli ha attribuito il massimo punteggio[senza fonte].

Ricetta: Pasta e broccoli

La pasta e broccoli è un ottimo primo piatto in cui viene messo in risalto il sapore pungente e particolare dei broccoli, un ortaggio caratteristico del periodo autunno-inverno. La mia versione è piuttosto semplice e prevede la cottura dei broccoli nella pentola della pasta e una ripassata finale in aglio, olio e peperoncino frantumato.

INGREDIENTI per due persone


PREPARAZIONE

  • Pulire i broccoli selezionando le cimette, lavarle sotto acqua fresca corrente e separarle fino ad ottenere fiorellini di media dimensione. Si può usare anche parte dei gambi, se sono sottili, affettandoli nello spessore di mezzo centimetro scarso.
  • In una capace padella soffriggere gli spicchi d'aglio spellati, tagliati a pezzetti e schiacciati nell'olio extravergine assieme ad una generosa aggiunta di peperoncino frantumato. Spegnere il fuoco, coprire e tenere da parte.
  • Mettere a bollire l'acqua della pasta, salarla, quindi buttare i broccoli cinque minuti prima di aggiungere la pasta. 
  • Attenzione a calcolare il tempo della pasta in modo da scolarla piuttosto al dente.
  • Scolare la pasta e i broccoli nello scolapasta e metterli man mano nella padella del condimento
  • mantecare
  • Mettere la padella sul fuoco, a fiamma vivace, e saltarla per qualche minuto, girando di frequente, unendo un altro filo di olio a crudo
  • Il sugo deve rapprendersi attaccandosi alla pasta, senza lasciare acquosità sul fondo.
  • Servire immediatamente.

STAGIONE

Gennaio, febbraio, marzo, settembre, ottobre, novembre, dicembre


La pasta e broccoli è una ricetta che mi aveva insegnato mia madre. Si ottiene preparando un soffritto con olio, aglio e peperoncino. In una pentola si cuocciono i broccoli (5 minuti prima della cottura della pasta). La pasta deve essere pasta corta, fusilli oppure penne integrali che vanno cotte un po' più di 10 minuti (un paio di minuti in più). Al termine della cottura della pasta e dei broccoli, scolare in uno scolapasta, versare un mestolo dell'acqua di cottura nel condimento, saltare la pasta e broccoli nel condimento. Aggiungere parmigiano grattugiato. La pasta e broccoli è pronta. Ricetta pugliese semplice, senza acciughe e pan grattato.




















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lunedì 5 dicembre 2016

Film: Pensavo fosse amore...invece era un calesse

Di questo film mi è piaciuta la comicità di Troisi.
La trama del film è stata coinvolgente.

Mi sembra che i due protagonisti alla fine preferiscano continuare a frequentarsi senza sposarsi.

Pensavo fosse amore... invece era un calesse è un film del 1991 diretto da Massimo Troisi. L'ultima regia di Troisi di cui è anche sceneggiatore e protagonista con Francesca Neri e Marco Messeri.















Tommaso e Cecilia sono due giovani fidanzati napoletani. Fanno una vita regolare con i soliti amici e frequentazioni: lui ha una trattoria nel Borgo Marinari accanto a Castel dell'Ovo, vicino alla libreria del loro amico Amedeo, celibe e bigotto, con una sorella adolescente innamorata di Tommaso. Il matrimonio dei due è alle porte, ma la gelosia di Cecilia rischia di rovinare tutto: durante un momento di intimità crede di sentir pronunciare da Tommaso il nome di un'altra donna, in un'altra occasione lo prende per i capelli quando viene a sapere che un'altra donna lo ha cercato al telefono, infine durante la scelta delle bomboniere fa una scenata pensando ai fantasmi di queste rivali ipotetiche, fino a quando gli comunica, per citofono, che intende lasciarlo, di non sposarsi più e di sparire.
Frattanto Amedeo si fidanza con Flora, ex fidanzata di Giorgio, un amico comune. La sorella di Amedeo, non riuscendo a conquistare Tommaso, tenta di avvelenarlo con il veleno per topi nel caffè, ed in un'altra occasione, per gelosia, darà anche fuoco alla motocicletta di Enea, nuovo fidanzato di Cecilia. Raccogliendo le voci di amici, Tommaso viene a sapere che Cecilia si è fidanzata con Enea, un avventuriero molto più grande di lei, dedito a molte attività, che le promette grandi orizzonti ma un modesto, se non inconsistente, presente. Questo ovviamente agli occhi di Tommaso, il quale si chiede come faccia Cecilia a innamorarsi di un uomo di non bell'aspetto e per giunta con un nome che trova ridicolo.
Tommaso tenta anche la via della magia bianca presso una sedicente fattucchiera per sistemare le cose. I due alla fine tornano insieme, e si fanno trovare in flagrante effusioni amorose dallo stesso Enea, il quale con rassegnazione rivela a Tommaso di adorare Cecilia al punto di non riuscire a sfiorarla con un dito. I due giovani, ritrovatisi, riprendono ad organizzare il loro matrimonio. Tuttavia il giorno delle nozze è Tommaso a non presentarsi all'altare: con il vestito da cerimonia si reca dalla fattucchiera per chiederle "Come mai non la amo più?". Manda una lettera a Cecilia dandole appuntamento in un bar, dove giunge anch'essa in abito nuziale. Qui le confida che uomo e donna non sono assolutamente fatti per il matrimonio. Lei si trova d'accordo, e i due si organizzano per uscire la sera.