mercoledì 5 aprile 2017

Risotto con il radicchio

Ricetta insegnatami da una collega

          In una pentola far bollire un litro e mezzo di acqua con un dado vegetale e mezzo.
          In una padella antiaderente fare un soffritto con mezza cipolla tagliata fine, aggiungere il radicchio precedentemente lavato e tagliato a tocchetti, lasciare cuocere qualche minuto,  aggiungere 170 gr. di riso vialone nano, far tostare il riso un minuto,  aggiungere un bicchiere di vino bianco, lasciar sfumare, aggiungere brodo 1 o 2 mestoli, lasciar assorbire il brodo dal riso e continuare a mescolare, aggiungere altro brodo e lasciar assorbire, così via per circa 20 minuti finchè il riso è cotto, aggiungere peperoncino, salare volendo si piò aggiungere del parmigiano grattugiato. 

martedì 4 aprile 2017

Ricetta: Gnocchi al pomodoro

Che giorno è oggi? Giovedì? E allora gnocchi! Questa frase è ormai diventata idiomatica  e si rifà alla tradizione per cui il giovedì è la giornata degli gnocchi. In realtà, grazie a questa  ricetta, scoprirete che ogni giorno è buono per portare in tavola una bella porzione di gnocchi.
Per preparare degli gnocchi semplici ma strepitosi seguite la mia ricetta e scoprirete come nella semplicità spesso si nasconda la bontà. Preparate assieme a me gli gnocchi al pomodoro.
Un primo piatto gustoso, ideale da realizzare in ogni occasione per far felice la famiglia. Gli gnocchi di patate (potrete utilizzare anche quelli già pronti) saranno accompagnati da un profumato sugo al pomodoro.

PREPARAZIONE:


Iniziate a preparare gli gnocchi al pomodoro riscaldando il sugo di pomodoro già preparato (vedi ricetta precedente). 

Cuocete gli gnocchi in acqua bollente salata.

Quando vengono a galla, scolateli con una schiumarola e versateli nel sugo.

Aggiungete due cucchiai di parmigiano reggiano grattugiato e mescolate bene.

Servite gli gnocchi al pomodoro ben caldi.



domenica 2 aprile 2017

Film: Allacciate le cinture

« Un grande amore non avrà mai fine »
(Slogan del film)
Allacciate le cinture è un film del 2014 diretto da Ferzan Özpetek.
È un film corale che vede tra gli interpreti principali Kasia SmutniakFrancesco Arca e Filippo Scicchitano.


Trama

Lecce2000. Elena, cameriera in un bar, lavora insieme a Silvia e al suo coinquilino gay Fabio. I tre sono amici, ma tra loro nascono degli screzi a causa dell'arrivo di Antonio, un meccanico omofobo e razzista.
Antonio frequenta il bar dove i tre lavorano per incontrare Silvia, ma finisce per incontrare spesso anche Elena, alla quale rivela un giorno di essere dislessico. Mentre Elena sembra attenuare il suo disprezzo per Antonio, mette su con Fabio un progetto per rilevare una stazione di rifornimento e trasformarla in un bar. Intanto il rapporto tra Elena e Antonio si tramuta in attrazione fisica, nonostante Elena sia fidanzata da due anni con Giorgio. Un giorno Elena si lascia trasportare dai suoi istinti e segue Antonio nella sua officina, dove i due sfiorano l'amplesso. In seguito i due iniziano a frequentarsi.
Tredici anni dopo. Elena e Fabio celebrano l'anniversario dell'apertura del loro locale, pieno di gente e amici. Elena ha già due figli: una bambina di dieci anni e un bambino più piccolo; ma suo marito non è Giorgio: è Antonio. Elena è sempre amica e socia d'affari di Fabio, frequenta spesso sua madre Anna e la stravagante zia Viviana, mentre il rapporto con Antonio è problematico: le differenze caratteriali li portano a frequenti liti, alle quali assistono impotenti i bambini.
La vita indaffarata e piena di progetti di Elena subisce un improvviso arresto quando, in seguito a un controllo casuale, le viene diagnosticato un tumore al seno, che dovrà curare con un ciclo di chemioterapia. Mentre le si stringono vicino i familiari e gli amici, Antonio sembra trincerarsi dietro un muro di dolore invalicabile. In questo contesto, Elena trova anche un'inattesa amicizia con Maricla, una parrucchiera, ex amante del marito.
Le cure e la malattia costringono presto Elena a rinunciare al lavoro e a trovarsi ricoverata a più riprese in un ospedale, dove fa conoscenza di una dottoressa che, tredici anni prima, era stata cliente del bar dove lavorava, e di una simpatica compagna di stanza, Egle. In queste circostanze Elena e Antonio riscoprono la passione che li aveva uniti tredici anni prima, tanto da fare l'amore in ospedale, nonostante le terribili condizioni fisiche della donna, ormai in una fase avanzata della malattia.
Una mattina Egle muore ed Elena cade in preda a profondo turbamento, nonostante la dottoressa la rassicuri sulle possibilità di guarigione. Elena decide comunque di scappare e tornare a casa. Qui ha una visione del futuro, tra sogno e premonizione: tutta la sua famiglia vestita di bianco si stringe alla nuova compagna di Antonio, la parrucchiera Maricla, per la nascita di una bambina, a cui viene dato proprio il nome di Elena.
L'arrivo del marito in carne ed ossa interrompe la visione. L'uomo, invece di riaccompagnarla in ospedale, decide di portarla nella caletta dove tredici anni prima avevano fatto l'amore per la prima volta. Mentre se ne stanno andando, con l'auto rischiano di scontrarsi con una coppia in moto: sono loro stessi, tredici anni prima, che stanno arrivando proprio in quella spiaggia.
Anno 2000. Elena e Antonio sono costretti a rivelare la loro relazione. Elena, messa alle strette, dà appuntamento all'amica Silvia per dirle tutta la verità. Quando le due si incontrano la rivelazione di Elena viene preceduta da una contro-rivelazione di Silvia, che confessa una relazione con il ragazzo di Elena, Giorgio, mentre Antonio è solo una sorta di diversivo e copertura. Silvia scoppia a piangere, ma Elena e Fabio iniziano a ridere, lasciando l'amica sorpresa ma contenta.






Film: Love story

Love Story è un film drammatico del 1970 diretto da Arthur Hiller.
Il film, che fu un cult movie degli anni settanta, fu il maggior successo della Paramount Pictures fino a quel momento. Ricevette 7 nomination (tra cui Miglior Film) e vinse un Oscar per la musica di Francis Lai. Durante le riprese del film Erich Segal scrisse in contemporanea il best seller tratto dalla sua stessa sceneggiatura. Nel 1978 venne realizzato anche un sequel, Oliver's Story.

Trama

Il giovane Oliver Barrett, ricco studente di Harvard e giocatore di hockey, incontra in una biblioteca l'italoamericana Jennifer Cavalleri, una semplice studentessa di musica e dal carattere forte, che sin da subito dà del filo da torcere al ragazzo di buona famiglia. Nonostante le differenze sociali i due si amano profondamente e, contravvenendo alle condizioni imposte dal padre di Oliver che non approva l'unione, decidono comunque di sposarsi con una cerimonia originale e molto intima alla quale partecipa anche il padre della ragazza.
Per coronare il loro sogno d'amore entrambi sono costretti a rinunciare a qualcosa: lei rifiuta una borsa di studio a Parigi, dove ha sempre sognato di andare, e lui interrompe completamente i rapporti con i genitori. Queste scelte li costringono a vivere in severe ristrettezze economiche, mentre lei lavora come insegnante per sbarcare il lunario e lui entra alla facoltà di legge di Harvard dove si laurea con voti altissimi.
Quando finalmente Oliver viene assunto da un prestigioso studio legale di New York e Jennifer può smettere di lavorare, la coppia decide di mettere su famiglia, ma non riescono ad avere figli. Entrambi si sottopongono ad accertamenti clinici dai quali si scopre che Jennifer è affetta da una forma di leucemia fulminante e che le resta poco da vivere.


sabato 1 aprile 2017

Ricetta: Sugo di pomodoro

Ricetta che mi ha insegnato mia madre

           In un pentolino fare un soffritto con olio extravergine di oliva, due spicchi di aglio schiacciato, mezza cipolla tagliata sottile. Aggiungere un barattolo di polpa di pomodoro, un dado vegetale, 3 foglie di alloro, lasciar cuocere e portare ad ebollizione.Tre minuti prima di togliere dal fuoco aggiungere mezzo cucchiaino di zucchero per togliere l'acidità dal pomodoro.


Due note junghiane su “Lo chiamavano Jeeg Robot"


Da Internet: "Nella lettura delle favole che offre la psicologia analitica, l’armamentario ermeneutico utilizzato è quello proprio dell’interpretazione dei sogni, pur tenendo conto dell’aspetto collettivo che le connota. La fiaba spesso e volentieri, con il suo esito didascalico, con la sua morale finale è rappresentabile dunque come uno spicchio del processo di individuazione del soggetto – e va detto, sia esso uomo sia esso donna. I suoi personaggi, sono allegorie di parti psichiche di costrutti interni che si sfidano e si integrano, che si eliminano o si armonizzano. In conseguenze di questo, il mondo delle favole è stato molto analizzato dagli analisti junghiani, e Marie Louise Von Franz per fare un bell’esempio – mai abbastanza ricordato – ha offerto trattazioni fascinose, e utili nella pratica clinica.

Questo tipo di decodifica del testo della favola si può applicare a molte produzioni artistiche, ma credo che nel caso dei film sia particolarmente congrua, per la natura collettiva del prodotto filmico, a cui partecipano tante menti, tanti desideri, tanti inconsci e tanti sogni. La fabula filmica, anche quando è autoriale è una favola collettiva, ha sempre una sorta di fondo epico condiviso, diversamente da quanto possa essere per un buon romanzo per esempio, così saturo di grandezze personali, di vissuti individuali. I romanzi sono sempre storie di una persona, teatri onirici prima di tutto di un inconscio personale. Il cinema è molto più corale. Anche nella sua fruizione. Un piacere collettivo.
Mi ha molto colpito lo chiamavano Jeeg Robot, per l’impianto credo consapevolmente favolistico della trama, e la delicata capacità di riproporre la tradizionale favola della costruzione dell’eroe in una chiave contemporanea, con un innesto di realismo magico veramente ben riuscito. Mi ha ricordato un libro che ho amato molto La Fortezza della Solitudine di Lethem, con cui ha diversi punti di contatto: l’acquisizione di una maturità etica nella marginalità sociale la negoziazione con parti interne non contattate tramite l’uso di super poteri, il mondo narrativo sullo sfondo dei fumetti – e si vi è piaciuto questo film andatevi a cercare quel libro altrettanto struggente e magico.

La favola della costruzione dell’eroe è infatti un canovaccio trasversale nella storia della produzione popolare. Il giovane nasce senza poteri, permeato di innocenza e banalità, poi un rito iniziatico che lo mette in pericolo lo fa diventare potentissimo ma questa potenza è inesplorata, vana, goffa. Perché l’eroe diventi tale deve incontrare il femminile, e deve fronteggiare il male. Passando attraverso le forche caudine dell’amore e dell’incontro col negativo assurge al rango di eroe. Questa se ci si fa caso, è la trama di molti film di cassetta anche piuttosto mediocri, di molti miti classici, di tante fiabe italiane e di diversi ottimi romanzi – Il Buildungsroman del maschile che si costruisce: esplode, non si conosce, si innamora, sfida, e trionfa.
Questo eroe qui, nasce nell’indifferenziato destino della criminalità di borgata, che non è ritratta come demoniaca, ma come banale, disgraziata, incapace di pensarsi, cattiva di una cattiveria automatica, e tragica nell’ovvietà. Una barbarie fuori del contratto sociale, dove ci si scanna con noia, dove l’identità fa quanto meno fatica. Da questa genesi dolorosa nascono i tre personaggi, allegorie di strutture psichiche della personalità, l’addolorato e solitario protagonista a cui è stato tolta la possibilità di amare e crescere, il disturbato antagonista che si è ingarellato in un narcisismo improduttivo – e un femminile puro, gentile, ma involuto stagnante che è la bellissima Alessia, e che è titolare di una diagnosi – Alessia non distingue il piano di realtà dal piano della fantasia, il suo mondo di Jeeg Robot, e sospinta in un’infanzia eterna da una vita di abusi – noi diremmo è scizofrenica. Ma le diagnosi psichiatriche qui fanno parte del testo metaforico, sono un altro pezzo di canovaccio. La schizofrenia di lei è funzionale alla sua ingenuità, ma anche alla sua pulizia etica – alla resistenza titanica contro laviolazione, mentre il narcisismo dell’avversario è scheletro di un modo di intendere il male – voglio tante visualizzazioni su youtube dice lavorando alla sua bomba sullo stadio – interpretato come l’ossessione improduttiva dell’autoreferenzialità, apoteosi dell’onanismo come impoverimento, del sadismo come ultima spiaggia. Alessia e Fabio sono due a- priori, due principi logici, con cui per crescere insomma bisogna per forza entrare in relazione.
Dunque il film è la storia di queste due relazioni necessarie, la prima con la polarità benefica della relazione, che è incarnata da Alessia – una figura di anima, direbbero gli junghiani, ossia una figura che incarna il femminile interno del protagonista gentile e adorabile quanto grezzo, malato, involuto, e la  seconda  con la polarità negativa di Fabio, che invece è una figura d’ombra, e quindi  incarna gli aspetti interni pericolosi, disprezzabili, spaventosi, repellenti dell’eroe che comunque in ogni caso, sempre criminale era nato e sempre gli possono appartenere – l’eroe per fare bene deve conoscere il bene, ma saper fare e riconoscere il male.
Naturalmente la qualità di un film non la fa soltanto l’intenzione narrativa, che magari non era così scientemente junghiana – probabilmente no chi lo sa – ma la fa il fatto che anzi la resa estetica la renda secondaria, non immediatamente pensata e percepibile. Perché in prima linea, come è necessario che sia in un film c’è la qualità della scenografia e della sceneggiatura, la recitazione e le cose dette. Un bel film lo fanno le belle scene, Quando Enzo e Alessia guardano insieme Jeeg Robot, quando Enzo porta Alessia sulla ruota panoramica che sarebbe ferma, quando salva il derby dalla bomba… e via di scena in scena.

(Infine. Siccome si tratta di un canovaccio narrativo pressoché standardizzato, un canovaccio che è quasi un canone, non ho molto da ridire sulla canonicità dei ruoli di genere. In una prospettiva analitica questo film è la ripresa dell’evoluzione di un mondo interno, riguarda una costruzione del maschile dei maschi, come del maschile delle donne, riguarda l’edificazione di una struttura psichica che combacia con la forza interiore, il discernimento morale, la strutturazione del coraggio e dell’azione. E’ un film sui ragazzi, ma anche – sull’animus delle ragazze)."

Film: Lo chiamavano Jeeg Robot

Lo chiamavano Jeeg Robot è un film del 2015 diretto e prodotto da Gabriele Mainetti e scritto da Nicola Guaglianone e Menotti.
Il film è un omaggio alla serie manga e anime Jeeg robot d'acciaio di Gō Nagai, della quale riprende alcune tematiche: il titolo, infatti, è un inside joke basato sul fatto che uno dei personaggi principali crede che Hiroshi Shiba, l'eroe della serie, esista nel mondo reale e lo identifica con Enzo, il protagonista.


Trama

In una Roma colpita da una serie di attentati, attribuiti dai mass media a dei movimenti estremisti, Enzo Ceccotti, un ladruncolo di Tor Bella Monaca, viene inseguito da due agenti in borghese per aver rubato un orologio; la fuga prosegue fino alle rive del Tevere sotto Ponte Sant'Angelo, dove gettandosi nelle acque, entra a contatto con delle sostanze radioattive contenute in alcuni bidoni nascosti sotto il livello del fiume. Dopo una notte in preda a febbreconati di vomito e brividi di freddo, si risveglia al mattino come guarito, malgrado persista della tosse.
Uscito di casa va a parlare con Sergio, uno dei membri della banda criminale guidata da Fabio Cannizzaro, detto Zingaro, per ricettare l'orologio, ma questi decide di proporgli un altro lavoro, portandolo a recuperare della cocaina portata a Roma da due fratelli extracomunitari che l'avevano ingerita. Passando per casa di Sergio, Enzo ha modo di incontrare la figlia Alessia, una ragazza con evidenti problemi psichici, appassionata oltre misura dell'anime Jeeg robot d'acciaio, confondendo il mondo fantastico con quello reale. Giunti con i corrieri all'ultimo piano di un palazzo in costruzione, uno di essi muore per overdose, dovuta alla rottura di un ovulo contenente la cocaina nel suo stomaco, mentre l'altro in un impeto di rabbia aggredisce Sergio uccidendolo. Nello scontro, Enzo viene raggiunto da un proiettile sparato dal corriere e cade giù nel vuoto. Nell'impatto egli rimane incredibilmente illeso e poco dopo riesce a rialzarsi senza difficoltà, abbandonando il luogo.
Tornato a casa, scopre di aver acquisito una forza sovrumana e nel frattempo viene avvicinato da Alessia che gli chiede notizie del padre. Enzo però non riesce a dirle la verità e si chiude in casa. La sera stessa, Enzo strappa letteralmente dal muro di una banca uno sportello bancomat e il video di sorveglianza che lo riprende si diffonde rapidamente creando la figura del super criminale dalla forza sovrumana. Nel frattempo lo Zingaro, ossessionato da manie di grandezza (tanto da aver partecipato da ragazzo a Buona Domenica come cantante) e deciso ad allargare il proprio giro per diventare uno dei più potenti boss della malavita di tutta Roma e dell'Italia intera, scopre che Sergio non è ancora tornato con la cocaina che la banda ha acquistato da un clan di camorristi napoletani, guidato dalla boss Nunzia Lo Cosimo, vero autore degli attentati nella capitale, e quindi si mette sulle sue tracce. Va da Alessia per chiederle dove si trova suo padre Sergio; persa la pazienza, la minaccia e con i suoi tirapiedi cerca la droga in casa della ragazza. Enzo, sentendo le sue urla e dopo essersi coperto il volto, interviene e salva la ragazza che lo riconosce e lo soprannomina Hiroshi Shiba, come il protagonista di Jeeg Robot.
Enzo, che ha un carattere burbero e chiuso e vuole vivere la propria vita in solitudine, dopo aver salvato Alessia dall'aggressione dello Zingaro e i suoi uomini, la porta alla casa famiglia dove era ospitata quando il padre finiva in carcere; successivamente, grazie alle informazioni scritte su un foglietto nascosto nel portaocchiali di Sergio, rapina lo stesso camion portavalori che lo Zingaro e i suoi stanno per assaltare per poter ripagare il clan partenopeo, accrescendo ancora di più la propria fama di super-criminale. Poco dopo, Alessia viene riportata a casa di Enzo da due agenti delle forze dell'ordine che l'avevano trovata mentre vagava in autostrada, e decide perciò di ospitarla non potendo lasciarla in casa sua da sola.
La banda dello Zingaro comincia a sfaldarsi poiché il suo migliore amico, che non condivide i suoi sogni megalomani di gloria, si rivolge a uno strozzino per avere i soldi con cui pagare i camorristi, ma lo Zingaro, infuriato perché la sua autorità viene messa in discussione, lo fa sbranare vivo dai suoi rottweiler; una volta recatosi lui stesso a parlare con l'usuraia, una transessuale brasiliana chiamata "Marcellone", viene assaltato da Nunzia e dai suoi uomini, che rimangono uccisi nello scontro a fuoco che ne segue e dal quale si salvano solo lo stesso Zingaro e Nunzia.
Alessia, intanto, rivela ad Enzo gli abusi subiti fin da bambina sia da parte del padre, sia degli assistenti che l'hanno avuta in cura dopo la morte della madre. I due si avvicinano sempre più, finché, dopo essere andati a comprare un vestito in un centro commerciale, i due hanno un rapporto sessuale nel camerino, cosa che fa rivivere alla ragazza i traumi del passato e che la spinge a scappare da Enzo, il quale le rivela anche la morte del padre: Enzo, tuttavia, ormai si è innamorato di lei; quindi la segue e ferma a mani nude il tram sul quale era salita, chiedendole scusa e portandola via con sé. L'impresa viene ripresa e condivisa in rete dagli altri passeggeri.
Lo Zingaro, confrontando i video dopo che il resto della sua banda viene uccisa dal clan, capisce che Enzo è il supercriminale e riesce a rapire lui e Alessia per farsi rivelare come ha ottenuto i suoi poteri; Enzo è quindi costretto a portarlo sulla banchina del Tevere, ma in quel momento arriva Nunzia con la sua banda e, nello scontro a fuoco che ne segue, la sopraggiunta Alessia, colpita da un proiettile, muore dopo aver chiesto a Enzo di proteggere il mondo. Zingaro, invece, dopo essere stato arso vivo si getta in acqua, abbandonato lì da Nunzia e dai suoi uomini che lo credono morto. Riemerge il giorno dopo sfigurato ma con gli stessi poteri di Enzo. Si reca così a Napoli nella villa di Nunzia dove, forte delle sue abilità, compie una strage uccidendo lei e tutti i suoi uomini e riprendendosi con il cellulare per poi diffondere il video in rete.
Dopo la morte di Alessia, mentre vaga da solo, Enzo assiste a un incidente stradale in cui sono coinvolte una donna e sua figlia, che rischiano di venir divorate dalle fiamme ma l'uomo riesce a trarle in salvo, destando l'ammirazione delle forze dell'ordine lì presenti. Enzo ha modo di vedere da un televisore il delirante messaggio dello Zingaro, intenzionato di collocare un ordigno a tempo nello Stadio Olimpico durante il derby Roma-Lazio; Enzo lo raggiunge sul posto innescando una lotta furibonda. Impossibilitato a disattivare la bomba, egli se ne impadronisce gettandosi con essa dal Ponte della Musica-Armando Trovajoli nel Tevere, con lo stesso Zingaro, il quale a sua volta resta ucciso dall'esplosione.
Nell'ultima scena Enzo, ormai ritenuto morto ed esaltato come un eroe, osserva Roma dalla cima del Colosseo e, deciso a proteggerla, indossa la maschera di Jeeg che Alessia gli aveva realizzato a maglia.