mercoledì 8 marzo 2017

Un approccio laico alla bioetica

Bioetica laica

Il principio cardine della bioetica laica, al centro dell'attività della Consulta di Bioetica, è tradizionalmente espresso con la formula "etsi Deus non daretur", a significare che "laico" è colui che ragiona come se Dio non ci fosse. Questo approccio garantisce identico rispetto e identica considerazione etica a ciascuna persona, a prescindere dalle sue convinzioni religiose. In una società "laica", infatti, la confessione religiosa sposata dalla maggioranza degli individui non viene trasformata in un'imposizione per chi in quelle convinzioni non si riconosce (o perché sposa altre confessioni religiose, o perché non ne sposa alcuna). Si tratta dunque di un requisito essenziale al mantenimento delle libertà individuali e della pacifica convivenza in una società sempre più caratterizzata dal pluralismo etico e religioso.

Benché la laicità sia un modo di declinare l’etica intesa in senso generale, è nella bioetica che la riflessione laica segna il più importante scarto teorico e pratico rispetto alla morale informata da qualche particolare visione religiosa. Se infatti intendiamo con "bioetica" una riflessione su come gestire in modo moralmente corretto e consapevole il potere di controllo sui processi biologici della vita e della morte, vediamo che ci stiamo addentrando in un ambito di riflessione su cui le confessioni religiose, e quella cattolica in particolare, rivendicano e spesso impongono quella che ritengono essere la propria autorità morale. 


Definire cosa sia, di preciso, la “bioetica laica” è esso stesso uno dei problemi che oggi i laici si pongono e su cui il dibattito è tutt’ora in corso, in particolare sulla nostra rivista Bioetica e sulla rivista Notizie di Politeia. Di fatto, la bioetica laica è oggi un insieme di differenti vedute, anziché un corpus di valori unitario. Tuttavia, anche in mezzo alle differenze è possibile individuare alcuni comuni denominatori che concorrono a definire l’approccio “laico” alla bioetica e a distinguerlo dagli approcci religiosamente ispirati. Innanzitutto, la diversità di vedute che i laici riconoscono prima di tutto al loro interno testimonia come il pluralismo sia per il laico non solo un eliminabile segno dei nostri tempi, frutto dell’impossibilità di giungere a riconoscere un’unica, condivisa autorità morale. Il pluralismo è per il laico anche un valore fondamentale da promuovere. Altri aspetti che accomunano e identificano come tali i diversi approcci “laici” alla bioetica sono:


 - la centralità, nelle decisioni circa la vita e la morte, dell’autonomia e della libertà individuale, secondo le diverse accezioni che tali concetti possono assumere;


 - il valore attribuito alla qualità della vita, anch’essa variamente intesa secondo diversi criteri di valutazione;


 - la disponibilità della vita, in relazione alle diverse e personali concezioni di valore; 


- l’etica intesa come disciplina essenzialmente umana, cioè frutto della riflessione razionale degli uomini e non come un insieme di principi "dato" una volta per tutte da qualche autorità morale o inscritto nella natura. 


Intesa in questo senso, la bioetica laica si distingue per esempio, e soprattutto nel nostro Paese, dalla bioetica cattolica, che discende dal Magistero della Chiesa Cattolica Romana e affonda le proprie radici in principi quali l’indisponibilità della vita umana, concepita come dono di Dio e derivante dalla nozione di creaturalità, l’idea di “natura” come criterio normativo per la riflessione etica, che deve essere conforme al disegno intelligente con cui Dio ha progettato il mondo e i suoi eventi "naturali", l’inviolabilità della vita umana come principio prioritario rispetto alla considerazione della sua qualità. 
Tuttavia, i confini della bioetica laica sono spesso oggetto di discussione perché, oltre a cattolici che si dichiarano laici o che di fatto sposano molti dei valori laici, vi sono comunità confessionali che sostengono esplicitamente valori laici, e in primo luogo l’autonomia morale, come la Chiesa Valdese e il mondo protestante più in generale. 
Restano così tuttora aperti i problemi di come conciliare la laicità con le personali vedute religiose e di come tradurre nella pratica gli approcci laici di chi comunque si riconosce in una certa confessione religiosa. Diverse distinzioni concettuali sono state avanzate per rispondere a simili domande: per esempio quella fra un’accezione forte e un’accezione debole di “laicità”, che proprio la bioetica contribuisce a mettere in luce; oppure quella fra un’etica (e una bioetica) sostanziale e una procedurale; o ancora quella fra etica pubblica e coscienza individuale. Quanto queste distinzioni siano difendibili sul piano concettuale e quali differenze effettivamente comportino a livello pratico e giuridico è un problema aperto che ha recentemente suscitato un vivo dibattito, di cui la Consulta di Bioetica si è fatta promotrice negli ultimi anni e che è desiderosa di incentivare, anche ospitandolo nelle pagine della rivista Bioetica. 



Bibliografia di riferimento:


Uberto Scarpelli, Bioetica Laica. Con una prefazione di Norberto Bobbio, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 1998 


Giovanni Fornero, Bioetica cattolica e bioetica laica, Bruno Mondadori, Milano 2005 


Eugenio Lecaldano, Un’etica senza Dio, Laterza, Roma Bari 2006 


Giovanni Fornero, Laicità forte e laicità debole. Il contributo della bioetica al dibattito sulla laicità, Bruno Mondadori, Milano 2008 


C. Flamigni, A. Massarenti, M. Mori, A. Petroni, «Manifesto di bioetica laica», Il Sole 24 ore, 9 giugno 1996

8 marzo Festa della donna

8 marzo Festa della donna. Auguri a tutte le donne.


domenica 5 marzo 2017

Libro: Torto marcio di Alessandro Robecchi

Alessandro Robecchi

Torto marcio

Tra sorprese e paradossi, suspense e umorismo amaro, Robecchi firma con Torto marcio la sua opera migliore: un thriller di qualità capace di coniugare il romanzo di genere e quello di costume e di critica sociale.
«È qualcosa che viene dal passato… Ma c’è un problema: nel passato recente non si trova niente, quello remoto è troppo remoto per scavare».
Milano, quasi centro, eppure periferia, «più di seimila appartamenti, famiglie, inquilini legali barricati in casa, abusivi, occupanti regolari, occupanti selvaggi», vecchi poveri, giovani poveri, italiani poveri, immigrati poveri, criminali poveri. Uno di quei posti incredibili, eppure reali, ormai senza rappresentanza politica, dove i piccoli stratagemmi di un welfare fai-da-te sono questione di sopravvivenza. Posti di cui l’informazione parla solo quando si tratta di sicurezza, o razzismo.
A pochi chilometri da lì, in una via socialmente distante anni luce, un sessantenne imprenditore molto ricco e dalla vita irreprensibile viene freddato con due colpi di pistola. Una vecchia pistola. E sul corpo, un sasso. Ma «il morto non era uno che di solito muore così». E non sarà l’unica vittima.
Per fronteggiare «il ritorno del terrorismo», il ministero manda un drappello di esperti burocrati. Ma la vera squadra d’indagine è clandestina, creata per lavorare sotto traccia e lontano dal clamore mediatico: sono Ghezzi e Carella due poliziotti diversissimi tra di loro, ma entrambi fedeli più alla verità che all’immagine o alle convenienze. E non sono i soli a indagare su un caso in cui, dall’affascinante vedova agli intrecci d’affari, dalla legge alla giustizia, nulla è ciò che sembra. Carlo Monterossi, l’autore di un affermato programma tivù spazzatura, inciampa per avventura nel «caso dei sassi» mentre si trova a dover recuperare, insieme all’amico detective Oscar Falcone, un preziosissimo anello rubato.
Tre storie destinate a incontrarsi in un intreccio dall’ordito perfetto, che resta fino alla fine coperto dal mistero. Questo nuovo giallo di Alessandro Robecchi costruisce la plastica realtà dei personaggi attraverso il fitto incrociarsi dei dialoghi, e fonda il suo umorismo amaro sulla sistemazione scenica oltre che sulla battuta. Mentre la storia – nera, drammatica – si addentra in tutti i contrasti di Milano, dal luccicante studio televisivo, all’appartamento superlusso, giù fino ai luoghi del disagio e dell’emarginazione quotidiana.
E si capisce che il suo scopo è proprio questo: far riflettere sulla nostra società attraverso il poliziesco. Sulla finta – forse impossibile – giustizia, sui colpevoli e gli innocenti, sul buco nero che può inghiottire libertà e dignità.

Alessandro Robecchi è stato editorialista de Il manifesto e una delle firme di Cuore. È tra gli autori degli spettacoli di Maurizio Crozza. È stato critico musicale per L’Unità e per Il Mucchio Selvaggio. In radio è stato direttore dei programmi di Radio Popolare, firmando per cinque anni la striscia satirica Piovono pietre (Premio Viareggio per la satira politica 2001). Ha fondato e diretto il mensile gratuito Urban. Attualmente scrive su Il Fatto QuotidianoPagina99 e Micromega. Ha scritto due libri: Manu Chao, musica y libertad (Sperling & Kupfer, 2001) tradotto in cinque lingue, e Piovono pietre. Cronache marziane da un paese assurdo (Laterza, 2011).
Con questa casa editrice ha pubblicato Questa non è una canzone d’amore (2014), Dove sei stanotte (2015), Di rabbia e di vento (2016) e Torto marcio (2017).



sabato 4 marzo 2017

Film: Platoon

Platoon è un film del 1986, diretto da Oliver Stone che tratta della sua permanenza in Vietnam come volontario durante la guerra ed è ispirato alle reali esperienze vissute dal regista nel 1967-1968.
La pellicola vinse 4 premi Oscar su 8 candidature e Oliver Stone fu premiato anche con l'Orso d'argento a Berlino come miglior regista. Nel 1998 l'American Film Institute l'ha inserito all'ottantatreesimo posto della classifica dei migliori cento film statunitensi di tutti i tempi,[mentre dieci anni dopo, nella lista aggiornata, è sceso all'ottantaseiesimo posto.


Trama

Chris Taylor, un giovane americano, parte volontario per la guerra del Vietnam per motivi ideologici: non trova infatti giusto che tocchi sempre ai ragazzi appartenenti alle classi disagiate e alle minoranze etniche rischiare la vita per la patria. Assegnato ad un plotone pittoresco per varietà di composizione e disumanizzato dall'esperienza brutale della guerra nella giungla, in breve tempo Chris viene iniziato alle esigenze di quella vita violenta, incluso l'uso della droga per difendersi dalla nostalgia ed esorcizzare la paura. Il giovane e inesperto tenente Wolfe comanda il gruppo, ma i due veri leader sono il sergente Robert "Bob" Barnes, cinico e spietato, e il più umano sergente Elias Grodin, ormai in Vietnam da tre anni. Durante una ricognizione nella giungla, Barnes scopre un villaggio e decide di aggredirne gli abitanti e distruggere le abitazioni, come ritorsione per l'uccisione di alcuni compagni di plotone da parte dei vietcong. Ritiene che le persone del luogo diano rifugio e sostegno ai nemici e interroga in modo brutale il capovillaggio, uccidendone la moglie e minacciando di sparare alla figlia ancora bambina. La strage viene interrotta da Elias, che aggredisce Barnes e gli promette un rapporto ai superiori sulle atrocità da lui commesse. Il plotone a questo punto si divide in due fazioni, tra chi si schiera con Barnes e chi invece sostiene Elias. Colpito dagli orrori a cui ha assistito, Chris prova ammirazione per il coraggio e la rettitudine di Elias, e diventa suo amico. Il plotone si rimette in marcia per un'azione contro un bunker dei vietcong, sotto una pioggia torrenziale. Per un errore del tenente Wolfe, che dà coordinate sbagliate via radio, il plotone viene falcidiato dall'artiglieria amica. Mentre Chris porta in salvo i feriti, Barnes si imbatte in Elias isolato nella giungla e gli spara a sangue freddo, per evitare di essere condotto di fronte alla corte marziale a causa dei crimini di cui Elias è stato testimone. Dall'alto dell'elicottero di soccorso, Chris e i compagni notano sconvolti che Elias, miracolosamente sopravvissuto ai proiettili di Barnes, sta fuggendo, ferito e disperato: l'uomo è inseguito da una squadra di vietcong e, colpito ripetutamente, infine muore. Dall'apprensione sul volto di Barnes, mentre osserva gli ultimi momenti di vita di Elias, Chris intuisce che è stato lui il responsabile della morte dell'amico. La sera stessa, il ragazzo ha un duro scontro con Barnes, che in un impeto di collera e sotto effetto dell'alcool arriva quasi ad ucciderlo. Taylor comprende che nessuno può mettersi contro il crudele sergente, e che la morte di Elias resterà probabilmente impunita. Nell'ultima azione di guerra della sua ferma di volontario, Chris scampa ad un micidiale agguato dei vietcong che annientano quasi completamente il plotone e al successivo bombardamento americano col napalm. Chris perde i sensi durante l'attacco del bombardiere, e al risveglio si imbatte in Barnes, che ferito alle gambe tenta con le poche forze che gli restano di mettersi in salvo, e lo uccide ignorando le sue richieste di aiuto. In questo modo vendica Elias, e le vittime civili dello spietato ufficiale.
Il ragazzo lascia finalmente il Vietnam in elicottero per far ritorno a casa, ed il film si chiude con la sua ultima riflessione:
« Io ora credo, guardandomi indietro, che non abbiamo combattuto contro il nemico... abbiamo combattuto contro noi stessi. E il nemico era dentro di noi. Per me adesso la guerra è finita, ma sino alla fine dei miei giorni resterà sempre con me. Come sono sicuro che ci resterà Elias, che si è battuto contro Barnes per quello che Rhah ha chiamato: il possesso della mia anima. Qualche volta mi sono sentito come il figlio di quei due padri. Ma sia quel che sia... quelli che tra noi l'hanno scampata, hanno l'obbligo di ricominciare a costruire. Insegnare agli altri ciò che sappiamo e tentare con quel che rimane delle nostre vite di cercare la bontà e un significato in questa esistenza. »







giovedì 2 marzo 2017

Ricetta: Risotto con mele e zafferano

Ricetta insegnatami da una collega

ricetta vegana


Per due persone (abbondante)


  • 200 gr di riso vialone nano (cottura 20 minuti)
  • 1/2 cipolla
  • 1 mela (pink lady) a dadini
  • 75 gr di pomodori secchi tritati fini
  • 1 bustina di zafferano
  • 1/2 bicchiere di vino bianco
  • olio
  • sale, pepe
Preparare in una pentola 1 e 1/2 lit. di acqua bollente a cui aggiungere 1  e 1/2 dado vegetale.

In una padella antiaderente tritare finemente 1/2 cipolla e farla soffriggere in 1 cucchiaio di olio. Mescolare sempre. Quando è dorata aggiungere metà dadini di mela e cuocere 1 minuto. Aggiungere il riso e farlo tostare 1 minuto continuando a mescolare! Sfumare con 1/2 bicchiere di vino bianco, coprire con il brodo (o l'acqua bollente + il dado) fino a coprire il riso.
Continuare a mescolare il riso in modo che non si attacchi e aggiungere acqua calda (brodo) ogni volta che si sarà assorbita nel riso.
A 10 minuti dalla cottura aggiungere il resto dei dadini di mela, i pomodori secchi tagliati a dadini, lo zafferano in polvere.

A fine cottura assaggiare, togliere dal fuoco, aggiustare di sale. Il risotto non dovrà risultare troppo impaccato ma nemmeno troppo liquido, dovrà avere una consistenza cremosa.
Mantecare con olio a filo mescolando energicamente.
Servire con una grattata di pepe.




martedì 28 febbraio 2017

Testamento biologico

Sono favorevole al testamento biologico. Sono contrario all'accanimento terapeutico. Sono favorevole all'autodeterminazione sui trattamenti sanitari.

lunedì 27 febbraio 2017

Libro: Baciami senza rete di Paolo Crepet

Baciami senza rete



Mondadori - Strade Blu, 2016


«Questo libro nasce da una scritta vista su un muro di Roma: SPEGNETE FACEBOOK E BACIATEVI. Fantastica sintesi di un pensiero non conformista, un'idea appesa come una cornice in mezzo al fumo degli scappamenti, una finestra abusiva, una sfida all'arrancare quotidiano di milioni di formiche, tra casa e ufficio, tra palestra e centri commerciali, obbligate a connettersi e a essere connesse senza requie, senza pensiero, senza dubbio. Una protesta probabilmente vana, sommersa dalla forzata consapevolezza di poter comunicare solo attraverso la lettura di uno schermo o lo scorrere di parole scarne o di immagini che uno strumento tecnologico può e deve trasmettere senza soluzione
di continuità.»


È con queste parole che Paolo Crepet introduce la sua analisi appassionata ma libera da pregiudizi della condizione dell'individuo e dei rapporti interpersonali nel mondo digitale e interconnesso in cui oggi tutti viviamo, ma dal quale le giovani generazioni sembrano letteralmente rapite. Quasi che solo attraverso l'uso delle nuove tecnologie e dei social network sentissero di poter interagire, informarsi, far parte di una comunità, in una parola esserci. Ma come sarà, da adulto, un bambino che ha comunicato sempre e soltanto attraverso un device? Che ne sarà della sua abilità nell'utilizzare e sviluppare il proprio apparato sensoriale? Quali cambiamenti interverranno nel suo modo di vivere i sentimenti e le relazioni sociali, nella sua capacità empatica?

Rispondendo a questi cruciali e sempre più stringenti interrogativi che assillano in particolare genitori, insegnanti e educatori dei cosiddetti «nativi digitali», Crepet evita i toni apocalittici e la fin troppo facile demonizzazione del lato oscuro presente in ogni forma di progresso, perché «questo libro non è un atto di accusa, non è contro qualcosa. Il mio scopo fondamentale è cercare di continuare a discutere sulle conseguenze, volute o indesiderate, del grande cambiamento che le nuove tecnologie digitali stanno imprimendo alla nostra quotidianità. È il tentativo di sottolineare contraddizioni ed effetti collaterali di un nuovo mondo che si presenta non solo come l'ultima e più stupefacente rivoluzione industriale – quella digitale – ma, soprattutto, come una strabiliante e inattesa mutazione antropologica».